Ringrazio il mensile “Il senso della Repubblica”  non solo per averci concesso la pubblicazione del seguente articolo tratto dal numero di novembre 2015 ma anche e sopratutto per aver messo sulle nostre rotte di balene erranti un vecchio compagno di viaggio. Coautore dell’articolo è Roberto Gardelli con cui ho condiviso decenni di passione ludica e decine di progetti. Grazie di cuore a Thomas Casadei per aver reso possibile tutto questo.

 

“Le società globali sono state sollecitate talvolta dalla tentazione di eliminare un’attività ritenuta antisociale e immorale e dal desiderio di controllare le pratiche portate alla clandestinità e di trarne un beneficio materiale e morale” (Jean Cazeneuve , Encyclopedia Universalis).

Un tipico esempio di come affrontare la questione del controllo sulle attività antisociali è rappresentato dall’approccio al gioco d’azzardo nella storia umana.

Il gioco del Mancala, con le sue tante attinenze con la vita agricola, la sua enorme diffusione (soprattutto in Africa ed in Oriente) e le innumerevoli varianti ancor oggi praticate, sembra aver visto la luce in tempi remotissimi. Nel 1894 Syewart Cullin direttore del “Museum of Archaeology and Paleontology, University of Pennsylvania” in un saggio su questo gioco, nelle note relative ad una variante domenicana, ribadiva l’assoluta naturalezza della convivenza con l’azzardo “It’s a regular gambling game”.

In molte parti del mondo il Mancala viene ancora oggi giocato come oltre 2000 anni fa: scavando buche per terra e utilizzando sassi come pedine. Il gioco conta migliaia di versioni. Tra i vari formati esistenti anche pregevolissime realizzazioni artigianali del tavoliere in legno.

In molte parti del mondo il Mancala viene ancora oggi giocato come oltre 2000 anni fa: scavando buche per terra e utilizzando sassi o semi come pedine. Il gioco conta migliaia di versioni. Tra i vari formati esistenti anche pregevolissime realizzazioni artigianali del tavoliere in legno.

Anche gli scacchi e il backgammon nascono in oriente con una forte propensione all’azzardo e facendo un salto in avanti di oltre 1000 anni, nel medioevo inglese, è possibile trovare la genesi di questa parola: l’“Hazart” si giocava con tre dadi e tutte le molteplici declinazioni a noi note avevano regole complesse che implicavano scelte ponderate. In ambito ludico, meccaniche come queste vengono definite “push your luck” e sono ancor oggi apprezzate per la versatilità e vengono declinate – senza la componente scommesse – con successo per giochi per un pubblico Senior e persino Junior.

Eppure l’hazart, ludus taxillorum grazie al suo alto tasso di rischio, acquisì una fama tale da diventare sinonimo di tutte le modalità di gioco basate sulle scommesse. Persino Dante nel Purgatorio (VI,1) ne parla: “Quando si parte il giuoco de la zara/Colui che perde, si riman dolente,/Ripetendo le volte, tristo impara”. Anche altri grandi autori come Petrarca e Boccaccio lo ricordano (1).

"Hazart" a 3 dadi, col tempo diverra "Hazzard" e i dadi diventeranno 2.

“Hazart” a 3 dadi, col tempo diverrà “Hazard” e i dadi diventeranno 2.

La posta, la vittoria, è quindi lo scopo di qualsiasi gioco. “Posta” in francese si dice “enjeu”, parola che al suo interno, non a caso, contiene la parola “jeu” (gioco). Essa può essere “materiale” (scommesse, denaro, ecc.), ed è quella preferita dagli adulti, ma anche “morale”, preferita invece dai più piccoli (sopraffazione, dimostrazione delle proprie capacità, etc).

La “posta” ha quindi un valore intrinseco proporzionale all’interesse dei giocatori a vincerla. Quando l’interesse per la posta supera quello per l’aspetto ludico, il “gioco” diventa mero “azzardo” e quando ciò accade, non si gioca più per il divertimento, per l’intelletto. Si gioca esclusivamente per vincere: l’appagamento passa nella possibilità/probabilità di aggiudicarsi la posta. Tutti i giochi hanno quindi una componente di “azzardo” che può essere potenziata o depotenziata in base al fattore di rischio che i giocatori decidono di assumere.

Con la scommessa, la posta, la vincita si ristabilisce il legame tra il tempo del gioco e il tempo quotidiano ed essa giustifica l’intervento dell’autorità nell’ambito dell’universo ludico(2).

La componente dell’“azzardo” costituisce dunque il passaggio dalla condizione di vita “simbolica,” attraverso i segni e gli oggetti del gioco, alle conseguenze del gioco nella vita reale: i Re, le Regine, i dadi, i simboli, che sono la rappresentazione del gioco, riverberano la loro forza nella perdita o nella vincita della scommessa nella vita reale.

Di conseguenza, il confine tra “gioco” e “azzardo” appare labile e soggettivo. 

Se tuttavia si segue la nozione di “posta” i confini del gioco sono mal tracciati, poiché, appunto, il confine tra il tempo di gioco e quello reale è molto labile. “Più la posta è importante più l’universo del gioco si confonde con quello serio”, con la vita reale (3).

E tutto ciò non è considerazione dei nostri giorni: ad esempio, già nella Francia medioevale si ha traccia del tentativo dello Stato di delimitare i confini tra i due aspetti basandosi proprio sul valore della posta.

Dunque, tanto più questo confine è labile, anche  senza tener conto della moderna sensibilità verso la “ludopatia” e la tutela della persona, l’azzardo è da sempre contrastato non solo perché  il tempo speso a giocare è ritenuto improduttivo e quindi non porta benefici alla collettività. L’abuso – personale e/o collettivo – può incidere in modo diretto e negativo sulla vita delle comunità e minare il tessuto sociale: l’azzardo è storicamente associato agli abusi di alcool e più recentemente anche all’uso di droghe.

Se consideriamo i tentativi di codificare e regolare questo “confine” nel corso della storia e prendiamo come riferimento la Francia, osserviamo che tra il 1254 e il 1537 il potere reale/centrale cercò di intervenire sul problema, ma in tre secoli non è stato possibile reperire che una dozzina di ordinanze e una sola di queste, del 1369, è dedicata esclusivamente al gioco.  Di contro, ben più numerose sono le ordinanze comunali preoccupate di mantenere l’ordine pubblico.

Gioco in Taverna

Gioco in Taverna

Oggi in Italia, come nella Francia medioevale, da anni si invoca una legge organica mentre non passa giorno che qualche Comune o Regione non assuma provvedimenti o legiferi in materia generando decine di cause all’anno presso i TAR compenti (per approfondire: in ambito comunale e regionale).

E’ quindi possibile sostenere che il legislatore, oggi come allora, sembri più preoccupato a contrastare i riverberi negativi sul territorio dell’abuso che non il gioco d’azzardo in quanto tale:  i danni ricadono soprattutto sulle comunità locali e per questa ragione emerge una differente sensibilità tra potere temporale centrale e amministrazioni locali.

In questo contesto è fortemente soggettivo stabilire la forza del legame tra “causa” ed “effetto”.

Il diritto riconosce due diversi tipi di comportamenti criminosi. “Mala in se” sono quei crimini universalmente riconosciuti come intrinsecamente sbagliati (stupri, omicidi, furti, etc) mentre i comportamenti “Mala Prohibita”  sono le infrazioni a proibizioni, spesso di carattere morale, che diventano regole di convivenza comune (aborto, uso di droghe, etc) verso cui però non esiste una uniformità di vedute all’interno della collettività.

La regolamentazione del gioco d’azzardo ricade a pieno titolo in questa seconda categoria, con l’aggravante che, oltre ad essere soggetta a forti mutamenti di orientamento dell’opinione pubblica, fatica ad identificare, come abbiamo visto, il “fatto criminoso”.

Inoltre gli Stati moderni vivono un forte conflitto di interessi perché da un lato tendono a legiferare in materia di “Mala Prohibita”, seguendo il codice morale della maggioranza della popolazione, mentre nel caso del gioco d’azzardo il legislatore non può non tenere conto che lo Stato è il primo beneficiario economico di una politica fortemente liberista:  Il Principato di Monaco era sull’orlo della bancarotta e Montecarlo, letteralmente, non esisteva prima della liberalizzazione del gioco d’azzardo e della conseguente costruzione del famoso Casinò (1858).

Vista l’antichissima origine e la diffusione globale del fenomeno, è possibile affermare che il gioco d’azzardo è un’attività a cui l’uomo sembra naturalmente portato e che quindi ogni forma di proibizionismo, senza prevenzione, è destinata a contrare il fenomeno ma al contempo ad alimentare l’illegalità.  La slot machine, vera icona moderna dell’azzardo, fu inventata a San Francisco tra il 1887 e il 1895, nel periodo in cui si andava consolidando uno dei periodi proibizionisti più famosi della storia, quello che sfociò nell’epoca d’oro dei gangster (1920/30).

Una delle prime Slot Machine prodotte giunte fino a noi.

Una delle prime Slot Machine prodotte giunte fino a noi.

Risulta altrettanto complesso trovare una coerenza di fondo su cosa sia legale e cosa invece non lo sia. Non esistono infatti parametri oggettivi con i quali viene stabilita la messa al bando di un gioco.

Lo sbarco dei primi coloni in quello che diventeranno gli Stati Uniti d’America rappresenta un buon caso di studio. Lontano dalla madre patria e dalle rigide regole in materia, fu possibile approcciare il gioco d’azzardo secondo criteri più liberi.

Notoriamente, gli storici dividono i primi coloni in due distinte categorie:

  • gli Inglesi con il loro bagaglio culturale e comportamentale
  • i “puritani”, i pellegrini -comunque di origine inglese- che raggiungevano il “Nuovo mondo” nella speranza di costruire una società in forte discontinuità con il modo di vivere della madre patria.

Questi ultimi ebbero un atteggiamento fortemente proibizionista: in alcuni stati a maggioranza puritana era vietato il semplice possesso di dadi e carte.

I coloni laici conservavano invece un atteggiamento liberale e tollerante che permise, qualche anno più tardi, di finanziare la costruzione di chiese e scuole – Princeton e Yale fra queste-  grazie agli introiti di grandi lotterie pubbliche.

Anche negli stati più permissivi era però difficile trovare una coerenza nello stabilire su cosa fosse legale e cosa no.

Non si deve dimenticare poi che il gioco d’azzardo riflette contenuti collegati alle specifiche classi sociali. La tabella dei giochi permessi sembrava essere fortemente classista, rendendo leciti i giochi praticati dai più ricchi e vietando quelli diffusi tra gli strati più poveri: per esempio, il combattimento fra galli impiegò parecchio tempo per diventare legale proprio perché non era considerato un passatempo che si addiceva ad un gentlemen:

“il 28 aprile 1570 una grida del Governatore dello Stato di Milano porta a conoscenza che nei mesi passati si è giocato a dadi e carte sperperando somme ingenti di denaro. Si proibiscono perciò tutti i giochi d’azzardo con deroghe limitanti il gioco a chi ha redditi propri e ai nobili, che però non dovranno giocare più di dieci scudi per volta, pena cento scudi e tre tratti di corda” (4).

Come si può notare in questo caso la ratio sembra essere il tentativo di evitare l’usura e l’indebitamento successivo al gioco.

Ancor in precedenza, nella Francia medioevale ai nobili erano riservate forme di azzardo diverse. Il Jeu de Paume (un antesignano del tennis) era molto in voga e spesso si scommetteva adottando particolari meccanismi di calcolo.

Jeu de la poume

Jeu de la Paume

Le classi più agiate non solo avevano una maggiore facilità di accesso all’azzardo ma godevano del privilegio della segretezza sulle cifre impiegate (5).

Completamente diverso il contesto per il popolo che attraverso i “giochi da taverna” scommettevano, seppure in maniera limitata, poste formate da somme minime di denaro o beni di largo consumo. Spesso infatti le vincite venivano pagate con caraffe di vino (il secondo oggetto di scommessa dopo il denaro),  viveri e a volte persino di abiti. In questo contesto non è difficile immaginare i conseguenti problemi di ordine pubblico ed ubriachezza.

Sotto questo profilo, sono piuttosto evidenti le analogie fra le vecchie “taverne” e le moderne “sale slot”.  Dopo la loro grande diffusione degli anni scorsi, è emerso l’attuale grande sentimento popolare di contrasto all’azzardo, senza però mai chiamare in causa anche i Casinò, indubbiamente frequentati da giocatori più facoltosi.

Un’altra dimostrazione di come il gioco di azzardo non venga ritenuta un’attività illecita in quanto tale ma che generi dinamiche sociali pericolose e degradanti è il fatto che da sempre ai bari venissero riservate pene molto severe, di gran lunga superiori a quelle della pratica del gioco d’azzardo stesso.

Nell’Europa prerinascimentale, a Berlino i bari erano bruciati, a Groningen decapitati, a Konigsberg e Francoforte annegati nel fiume al pari di ladri ed assassini.

Per venire ad epoche più recenti, quanto vediamo nei film sul West ha una corrispondenza storica. In una situazione dove la presenza dello Stato era molto labile o del tutto assente il gioco d’azzardo era liberamente praticato ma si hanno riscontri storici di diversi linciaggi perpetuati a danno di chi veniva trovato a barare.

Lotteria del 1844

Lotteria del 1844. Finanziare le Casse pubbliche attraverso giochi d’azzardo ha una storia consolidata: non altrettanto la promozione selvaggia a cui si assiste in Italia oggi.

In presenza del gioco legalizzato, “barare” da qualche anno è diventato molto difficile. Ad esempio, grazie alla telematica, il numero di slot machine irregolare è in forte diminuzione. Certe forme di pubblicità, anche pubbliche, risultano però ben poco trasparenti.  Sui soggetti più deboli sono devastanti gli effetti auto-assolutori di messaggi tipo “con le videolottery si finanzia la ricostruzione post terremoto” come sancito dal decreto legge del 2009 (Governo Berlusconi) a seguito del Sisma che colpì L‘Aquila o “In pochi lo sanno, ma giocare al Lotto vuol dire sostenere il patrimonio culturale italiano” come tuttora recita il Sito del Ministero dei beni culturali.

La società italiana ha da qualche anno intrapreso una via inversa di quella storica: il gioco d’azzardo non si contrasta più, lo si promuove. Si promuove una vera e propria cultura dell’azzardo, della ricerca spasmodica della posta fine a se stessa: basta guardare alcune trasmissioni TV in prima serata per rendersene conto.

A causa di questa inversione di tendenza, l’azzardo è diventato una vera e propria emergenza sociale del tutto sconosciuta agli altri paesi: secondo l’Economist in Italia si stampano il 20% dei gratta e vinci di tutto il pianeta.

E diventato quindi indispensabile tracciare una linea netta tra la lecita e auspicabile volontà di liberalizzare una domanda che altrimenti finirebbe in gran parte ad alimentare il gioco clandestino e la precisa volontà di fornire alibi e incentivi ai cittadini.

Da ormai molti anni i rulli sono scomparsi. La virtualizzazione delle slot machine sia nelle sale gioco che in internet nasconde pericoli ed insidie del tutto nuove.

Da ormai molti anni i rulli sono scomparsi. La virtualizzazione delle slot machine sia nelle sale gioco che in internet nasconde pericoli ed insidie del tutto nuove.

Una sterile demonizzazione del gioco e dell’azzardo sarebbe quindi antistorica e illogica.  Occorre invece lavorare sulla tutela dei soggetti più deboli. Nuove insidie oggi sono in agguato, forse più pericolose di quelle storiche. Più di una tesi sostiene che l’esplosione -vera o presunta- del numero di casi di “ludopatia” sia causata da patologie compulsive legate all’uso delle nuove tecnologie piuttosto che dal gioco. Cioè la dipendenza da slot avrebbero strette affinità con, ad esempio, l’abuso di videogiochi o dei social network.

Storicamente, nell’ipocrisia generale, si condannava il gioco per gli effetti collaterali precedentemente analizzati. Oggi, anche con le leggi sanitarie di contrasto alla ludopatia si è fatto il grande passo in avanti di aver preso coscienza del danno che il gioco d’azzardo produce sull’individuo; ma non basta: occorre che si esca dal permanere di una logica ipocrita che, da un lato, favorisce un’offerta sempre più varia e capillare e, di contro, una spesa in aumento in ambito sanitario con fondi vincolati specifici proprio per contrastare o meglio supportare a livello individuale il contrasto dell’azzardo.

Alle nuove sfide bisogna trovare nuove risposte. Non basta una diversa gestione dell’offerta e una ferrea regolamentazione della pubblicità: serve una diversa cultura della prevenzione e della tutela dell’individuo.

Bibliografia

(1) L. Gandolfi, G. Lise, I giochi di carta a Milano, strenna dell’Ist. Gaetano Pini Milano, 1984, p. 9.

(2) J.-M.Mehl, Les jeux au royaume de France du XIII° au début du XVI° siècle, Ed. Fayard, 1990, p. 265.

(3)Ivi, p. 266.

(4) Cfr. L. Gandolfi, G. Lise, I giochi di carta a Milano, cit., p. 19.

(5) Cfr. J.-M.Mehl, Les jeux au royaume de France du XIII° au début du XVI° siècle, cit., p. 267.

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