Riflessioni di Spartaco Albertarelli

Qualche giorno fa, su Facebook, qualcuno ha postato l’immagine di un parco all’interno del quale erano stati installati dei tavoli per giocare con alcuni “tavolieri” classici, tipo Scacchi e Backgammon per intenderci, e altri meno scontati.

Tra questi, l’utente ne segnalava uno sul quale era riprodotto il tavoliere per giocare a quello che da noi è noto come “Non t’arrabbiare” e che in buona parte del mondo è invece chiamato Ludo (lo specifico perché in realtà non ricordo dove si trovasse il parco in questione, ma certamente non in Italia).

Naturalmente, la mia prima reazione di fronte a questa segnalazione è stata di felicità. L’idea che possa esserci un parco dove sedersi a giocare anche a questo antico gioco “per bambini” mi è subito sembrata bella e positiva. Poi ho iniziato a leggere i commenti, la maggioranza dei quali era di “gamer indignati” che facevano notare come “Non t’arrabbiare” sia un gioco di m***a, che sarebbe stato molto meglio se al suo posto avessero messo qualcosa di “intelligente” e via discorrendo.

Naturalmente, la maggior parte dei commenti ai commenti era di approvazione e alcuni hanno anche iniziato a far notare come questo fosse un chiaro esempio della mancanza di cultura ludica e di come, alla fine, siano sempre gli stessi giochi ad essere proposti e da lì il passo per tirare qualche bordata critica a Risiko e Monopoly è stato brevissimo. Rapidamente, la discussione si è spostata su questi titoli, sul mercato che non diventa “adulto”, sulle solite critiche generiche a tutto ciò che non è “intelligente” e così via, con il rituale rosario di affermazioni di superiorità di certi titoli rispetto ad altri.

Per una volta nella mia vita, sono riuscito a resistere alla tentazione di mettere le dita sulla tastiera e provare a formulare un ragionamento diverso. L’ho fatto centinaia di volte nella mia vita e l’impressione che, alla fine, sia solo tempo sprecato mi ha fatto guardare oltre.

Da un lato sono stato orgoglioso di questo gesto, come un Don Chisciotte che finalmente riconosce i mulini a vento per quello che realmente sono, ma ripensandoci so di aver sbagliato, perché sono certo che alcuni di coloro che non sono intervenuti per esprimere il loro dissenso magari lo avrebbero fatto se solo avessero visto di non essere da soli a combattere.

Così provo a rimediare a distanza e lo faccio qui, in questo bel posto che da oggi ospita qualcuna delle mie “straparlate” sui giochi!

I giochi esistono per far sedere persone diverse attorno a un tavolo offrendo loro un’esperienza da condividere. I giochi sono “ponti” che attraversano quel tavolo mettendo i due lati in collegamento fra di loro e quando due o più persone sono sedute intorno a un tavolo spinte dal comune desiderio di rispettare delle regole, perché alla fine questa è l’essenza di ogni gioco, quelle persone stanno facendo la cosa più bella e nobile che si possa fare. Si stanno “sfidando”, ma nel rispetto delle regole del gioco.

Chi pensa che sia culturalmente più alto giocare a un raffinato gestionale nel quale ogni mossa dipende solo ed esclusivamente dalla propria abilità di calcolo, ha perfettamente ragione, ma a quel gioco ci si arriva per gradi e sedersi intorno a un tavolo, lanciare un dado e lasciare che sia lui, con la sua capricciosa volontà, a determinare la mia vittoria o la mia sconfitta non è niente di più e niente di meno che giocare.

La cultura, anche quella del gioco, si costruisce includendo e non escludendo. Si costruisce discutendo e non sentenziando, rispettando e non insultando. La storia del gioco passa attraverso il lancio di milioni di dadi e di pedine che si muovono su un tavoliere, rappresentazione di un luogo immaginario governato da divinità che decidono per noi. Sedersi a un tavolino di un parco a fare la stessa cosa deve essere vista come un’esperienza meravigliosa, ancora più straordinaria se poi dall’altra parte del tavolo dovesse sedersi una persona che non abbiamo mai visto e mai conosciuto, con la quale però abbiamo in comune proprio quelle regole tanto antiche quanto banali.

Guardarla negli occhi e dirle semplicemente “vuoi giocare” è il primo grande passo per parlare veramente di cultura del gioco.

 

Spartaco Albertarelli

This is Spartaco!

Spartaco “the Game Designer “

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